La Memoria
Il 27 Gennaio 1945 è il giorno in cui, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, vengono abbattuti i cancelli di Auschwitz dalla 60esima armata dell'esercito sovietico. Il giorno della memoria non è soltanto un omaggio alle vittime, ma un riconoscimento pubblico e collettivo di un fatto di cui l'Europa è stata capace, e a cui l'Italia ha attivamente collaborato. Nel 2001, il teorico e saggista Tzvetan Todorov scrisse nel libro "Memoria del bene, tentazione del male" che "la singolarità del fatto non impedisce l'universalità della lezione che se ne trae".
In questo giorno ci si appella ad una facoltà importante dell'uomo: la memoria. Il verbo che esprime questo sostantivo è presente in diverse forme -rimembrare, rammentare e ricordare-, ognuna delle quali si riferisce ad una componente del corpo dell'essere umano -membra, mente, cuore-. È vero che noi non eravamo nei campi di sterminio e non abbiamo vissuto direttamente una sofferenza così grande, ma che questo non sia da pretesto per non sforzarci di capire ciò che la malvagità umana può arrivare a compiere. La frase "malvagità inimmaginabile" rafforza la malvagità stessa, perché non ci interroghiamo più, non ci sforziamo. Chi ricorda non è immobile. Pensiamo che ricordare sia in un certo senso “ancorarsi al passato”, in realtà è uno sforzo per capire come sia arrivato il presente, tempo verbale che come nome ha un sinonimo di "dono". Facciamo tesoro oggi di un capitolo della storia che dovrebbe essersi chiuso -anche se l'antisemitismo è molto presente ancora oggi-.
Questo è "fare memoria": non solo pensare ad immaginare l'inimmaginabile, ma sforzarsi di comprendere le cause del male e di cosa questo sia in grado di fare. Questo per condannarlo adesso nel mondo che ci circonda.
Come si spiega, allora l'inspiegabile? O meglio, alla luce della fede -ebraica-, come concepire questo male? Se Dio esiste, perché permettere l'accaduto? Dio ha creato tutto, ma non il male: esso infatti è la direzione che intraprende l'uomo in assenza di considerazione dell'amore divino. L'odio è la mancanza della bontà che in ognuno di noi risiede. Quando ad un ebreo chiesero dove fosse il suo Dio nella sofferenza, questi rispose: "È qui, non mi ha mai lasciato". Questa frase mi ha molto colpito: alcuni ebrei non si sentivano soli nella sofferenza e, in mezzo all'odio, cercavano piccole cose per cui benedire quel Dio che sembrava averli abbandonati.
Se alcuni di loro trovavano la forza di accettare tanta crudeltà, troviamo allora noi la forza di combattere l'ingiustizia e, alla vista del male, non "guardare e passare".